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Riflessione dopo la tragedia al mercatino di natale

Giuseppe Govinda 6 febbraio 2017 Discovering Berlin, L'isola di Govinda Commenti disabilitati su Riflessione dopo la tragedia al mercatino di natale
Belino 2016

“Questa volta sono salvo”

Iniziare una riflessione su un evento tragico come l’attentato a Berlino del diciannove dicembre con la parola “mercatino” non è una cosa semplice. “Mercatino”, un diminutivo che esprime dolcezza e sorrisi, quel posto pieno di luci, famiglie, giovani, turisti e amici. È un posto dove si percepisce l’atmosfera del natale che i tedeschi riformati non portano nelle loro case, dal momento che sono troppo emancipati per essere tradizionali, e in modo particolare qui a Berlino dove sono la maggior parte tutti atei e hipster. Per questo motivo il mercatino di natale è molto importante: come i mondiali di calcio, riesce ad aggregare un target di persone veramente vario. Gli atei e gli hipster ci vanno, partecipando al Natale, con la piccola evanescenza che potranno bere alcool. Comunque sì, ho già iniziato questa riflessione con la parola “mercatino” e quindi vado avanti.
Sono nella mia stanza, preparo le valigie per l’ennesimo viaggio e penso all’anno che sta per passare. Ascolto la colonna sonora del film Victoria e sento una forte malinconia, se così posso esprimerla. Forse è paura, la paura di non farcela con il lavoro, con il processo di integrazione, con la ricerca di una vita che a questo punto non sento più mia.
Io a quel mercatino ero andato pochi giorni fa, e dovevo ritornarci proprio lunedì, ma qualcosa mi ha fermato. Niente di metafisico, credo. É solo che da tanti anni che cerco un lavoro qui a Berlino, che non sia pizzaiolo o call center (due professioni se fatte con aspirazione molto interessanti, ma che non fanno per me), e questa mia ricerca lavorativa mi ha salvato: sono rimasto a casa perché dovevo preparare un curriculum per l’ennesima azienda, che forse non mi risponderà mai, o che forse al più, mi scriverà un messaggio generico e freddo del tipo: “la ringraziamo per la sua candidatura ma a causa del grande numero di email ricevute abbiamo scelto un altro candidato, più bravo, più bello, più fortunato di te”.
“Grazie azienda”, sto già pensando. Però c’é una parte di me che dice “forse è la volta buona. Ci sarà un motivo per il quale questa candidatura ti ha salvato la vita, o le gambe, o non so cosa”.
Nell’attentato di lunedì sono morte dodici persone, loro non ce l’hanno fatta.
Come la ragazza italiana che dicono sia non rintracciabile. In un articolo Repubblica scrive: “Cittadina del mondo, F. (Repubblica scrive il nome completo, io preferisco renderla anonima) appartiene alla cosiddetta generazione Erasmus, ha scelto un percorso formativo orientato all’integrazione tra i popoli e alla lotta alla discriminazione. Dopo la laurea triennale alla Sapienza di Roma in Mediazione linguistico-culturale, ha conseguito la magistrale all’Alma Mater di Bologna in Relazioni internazionali e diplomatiche e un master alla Cattolica di Milano in tedesco per la comunicazione economica. Da qualche anno vive a Berlino, dove lavora in un’azienda di trasporti”.
F. sembra un ragazza fantastica, e a leggere il suo percorso di studi e lavorativo, fa specie e rabbia trovarla tra le vittime. Però mi chiedo: era proprio necessario descrivere così minuziosamente la sua vita, cercarne di estrapolarne i sogni e la personalità dai suoi post su twitter?”.
In quest’altro articolo de Il messaggero, ci dicono pure la ditta in cui lavorava… Ma chi se ne frega cari messaggeri!? Perché dovete mettere di mezzo non solo i familiari ma anche fare quasi “pubblicità” a un’azienda che non conosce nessuno?
Facendo una ricerca su internet ho scoperto che dopo un evento di cronaca nera non é eticamente corretto pubblicare informazioni personali e foto di una vittima, perché questo potrebbe far del male psicologicamente – e quindi anche fisicamente – non solo alla vittima stessa ma anche alle famiglie e ai suoi affetti. Inoltre mi vengono in mente i casi in cui i cosiddetti giornalisti vanno sotto le abitazioni: non si addice a un fotoreporter, iscritto nell’elenco pubblicisti dell’Albo, braccare una persona sotto casa, dare la caccia a una persona, molestando e disturbando.
Tra le diverse difficoltà che la vita all’estero comporta, le malinconie di fine anno e le paure di non farcela, quello che mi spaventa molto é proprio finire in pasto a questo gossip travestito da giornalismo. Non mi resta che pensare positivo: “dai, forse è l’occasione giusta, non sei rimasto coinvolto nell’attentato perché dovevi preparare un Curriculum che, a questo punto, diventerà il Curriculum con cui troverai finalmente un lavoro”.
Questa volta mi sono salvato. Non mi é ancora successo niente di tragico e non avranno quindi il pretesto di usare i miei Tweets o i miei interventi su Facebook per creare l’immagine che preferiscono (eroe o mostro che dir si voglia). Ma se domani l’aereo cade?

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