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La terra trema

Leonardo 27 gennaio 2012 Compresse Commenti disabilitati su La terra trema

Dopo il tremolio di oggi pomeriggio, mi è tornato in mente quello, ben più forte, del 2008 nel sud ovest della Cina. Erano le 14:28 del 12 maggio, mi trovavo a Chongqing per uno stage e ho ripescato questa mia vecchia email scritta in quei giorni

 

Chonogqing, Cina. 26 maggio 2008

Sono passate ormai due settimane dal terremoto che ha colpito la Cina sud-occidentale e che ha causato un numero ancora imprecisato di morti (sicuramente si stabilizzerà in una cifra superiore ai settantamila), ma l’atmosfera è ancora molto tesa in gran parte di questa regione.

Vivo all’ottavo piano di un palazzo piuttosto vecchio, situato proprio accanto al middle gate del campus A della Chongqing University, che sono spesso costretto ad evacuare dati gli ancora numerosi e preoccupanti allarmi di ulteriori scosse che negli ultimi giorni e notti hanno scandito la quotidianità di questo enorme agglomerato di grattacieli che continua ad espandersi valicando i confini naturali posti dalle montagne circostanti.

Il terremoto del 12 maggio ha fatto tremare piuttosto violentemente per qualche minuto tutti i palazzi, presentandosi dapprima come un piccolo diversivo alla giornaliera routine da ufficio, poi, con il giungere delle notizie, come una catastrofe di proporzioni enormi che scuote tuttora gli animi di tutti i cinesi.

Ero in ufficio quando si è cominciato a tremare, al quarto piano di uno dei nuovi palazzi di uno degli enormi campus che qui sembrano essere sterminati per ospitare il considerevole numero di studenti provenienti da ogni parte della Cina.

Alle prime avvisaglie della scossa, tutti gli uffici si sono svuotati dei loro occupanti che, correndo scompostamente giù per le scale, mi guardavano, perplesso e indeciso sul da farsi, e mi dicevano qualcosa in cinese. Ahimé, non parlo cinese se non qualche parola per sopravvivere, ma era piuttosto intuitivo che mi stessero consigliando di seguirli.

All’uscita c’era chi si rilassava scherzandoci sopra, chi piangeva, chi ancora non aveva forse realizzato cosa era accaduto. Ma nessuno aveva certamente un’idea di quello che era effettivamente successo. Non c’erano danni apparenti.

L’ingresso agli edifici è stato immediatamente vietato e quindi ho passato il pomeriggio girovagando per le strade con una collega che parla cinese in cerca di qualche informazione. Ma ancora niente. Le linee telefoniche erano crollate o la rete troppo occupata per riuscire a contattare qualcuno e internet era difficilmente accessibile.

Si respirava però un’aria molto diversa rispetto a poco prima. Tutta la città era in strada, nessuno rientrava negli edifici (più che altro per il fatto che erano stati resi inagibili per questioni di sicurezza e non per la paura), le scuole si erano svuotate e gli studenti si perdevano in scorribande, felici di avere, per una volta, un pomeriggio libero dai massacranti ritmi di lezioni e studio cui sono sottoposti.

Intorno all’ora di cena, senza ancora nessun aggiornamento certo, sono rientrato a casa, per scoprire che il mio palazzo era stato completamente evacuato.

Mi sono preso qualche minuto di tempo per verificare le notizie su internet e avere finalmente le prime notizie. Si parlava di circa 100 morti e molti feriti nella provincia del Sichuan, del crollo di una scuola a Chongqing con 5 bambini morti e un centinaio di ricoverati in ospedale.

Finalmente le linee telefoniche si sono alleggerite e un’amica italiana è riuscita a contattarmi per dirmi che, per la notte, era prevista un’altra scossa piuttosto forte e consigliarmi di lasciare l’edificio per trascorrere la notte in uno degli stadi del campus; lei avrebbe fatto lo stesso evacuando, con gli altri studenti stranieri, il dormitorio presso il quale risiedevano.

All’arrivo allo stadio l’atmosfera era ancora molto rilassata. Gli studenti cinesi avevano evacuato i loro dormitori e stavano cercando di organizzare varie attività per passare il tempo. Chi cercava di metter su una partita di calcetto, chi giocava a carte; nessuno che si preoccupasse di avere informazioni sull’accaduto. Nel frattempo cominciavano ad arrivare telefonate da parte di amici cinesi da ogni parte della Cina. Gente che aveva sentito del terremoto solo in Tv e che voleva sapere come stavo. Ancora una volta, la persona più aggiornata ero io e quando comunicavo quello che sapevo tutti rimanevano sorpresi. A quanto pare nessuno aveva ancora fornito dati.

Dopo qualche ora passata a spender parole sulle varie esperienze tra studenti stranieri: “dov’eri quando c’è stato?”, “Sei riuscito a chiamare casa?”, ecc…sono rientrato a casa, convinto dalla rilassata atmosfera circostante che non ci fosse pericolo.

Il palazzo era ancora vuoto (a parte il cane che i miei vicini avevano lasciato sul pianerottolo) e mi sono fiondato su internet alla ricerca di notizie. Non c’è voluto molto a trovarle. I morti, in quelle poche ore trascorse fuori, erano arrivati a ottomila, ma decine di migliaia erano i dispersi.

Beh, la nottata non è stata delle più tranquille, ma è trascorsa senza aver percezione della scossa annunciata e il giorno dopo gli uffici erano di nuovo pieni. Fino alle 18, quando, per quell’incomprensibile sistema di giro di voci che ancora si dirama in città a velocità impressionante bloccando per ore le comunicazioni telefoniche, è arrivato un altro allarme scossa e l’invito ad evacuare l’edificio. Altre ore passate in giro a farsi le domande del caso, ormai più scettici sulla veridicità degli allarmi e sul reale pericolo di un’altra scossa, ma con il dubbio sempre più contrastato dalla presa di coscienza delle effettive dimensioni del disastro. Il numero dei morti cresceva e ora se ne aveva notizia anche sulla CCTV9 (canale in inglese della TV di stato cinese).

Il crescente numero di morti mi ha convinto che il mio palazzo, ancora del tutto vuoto, non era il posto ideale per passare la notte e, anche se l’alternativa non era delle più allettanti (22esimo piano), sono andato a dormire nell’appartamento dei colleghi, in un grattacielo nuovo e molto robusto (o almeno queste sono le raccomandazioni che mi sono state fatte).

A parte questi quotidiani e forse poco attendibili allarmi, la vita lavorativa e il frenetico movimento che contraddistingue tutte le città cinesi continuavano a non subire flessioni.

Il 19, 20 e 21 maggio ci sono stati raduni alle 14:28 per commemorare, con tre minuti di silenzio, le vittime all’esatta ora in cui la terra ha tremato. La folla di magliette bianche che riempiva lo stadio, perfettamente silenziosa e composta, era intervallata solo dai colorati ombrelli parasole.

Ma sulla CCTV9, fino ad allora dominata da servizi sul tragitto della fiaccola olimpica e da documentari sulla “bontà” cinese nei confronti del Tibet, sono apparsi continui aggiornamenti sulla calamità, con continui reportage in diretta dalle zone devastate dal terremoto e un perenne e macabro conteggio di morti e dispersi che ancora oggi va avanti.

Fino a quel momento avevo sviluppato una totale avversione nei confronti dell’informazione cinese, sempre colpevole di un’indiscutibile propaganda monoinformativa. Ogni notizia, del tutto positiva sulle vicende riguardanti l’impero di mezzo, era scandalosamente impregnata di buonismo e nazionalismo.

Il percorso della fiaccola olimpica procedeva come se fosse stato il migliore degli ultimi due secoli, le uniche proteste che lo accompagnavano erano quelle di cinesi emigrati all’estero che rivendicavano il proprio nazionalismo manifestando contro chi, Francia al primo posto, cercava di sabotare le olimpiadi.

Documentari sulla ottima preparazione di Pechino ad accogliere i giochi olimpici si susseguivano alternandosi a velate critiche contro i paesi ostili e scettici.

Interviste a tassisti e autisti di autobus che parlano inglese insieme con elogi all’efficienza dei trasporti pubblici della città. Chiunque sia stato non solo a Pechino, ma anche a Shanghai (che si dice essere la città più occidentalizzata della Cina) sa che i tassisti non parlano che il mandarino e il dialetto della provincia da cui provengono.

Il patriottismo è continuato anche quando i servizi si sono spostati sul terremoto, ma la mia opinione, relativamente a questo frangente, ha subito un’articolazione.

E’ vero, ci sono sempre le solite autocelebrazioni governative.

Wen Jiabao, primo ministro, ha “eroicamente” e immediatamente visitato le zone colpite parlando alla popolazione martoriata e ai bambini rimasti orfani con parole di incoraggiamento. Ha incitato i soccorritori a fare tutto il possibile, a raggiungere gli intrappolati sotto le macerie che, causa maltempo, non erano ancora  potuti essere soccorsi. Ha rassicurato la Cina con frasi come “fino a che ci sarà l’1% di probabilità che qualcuno sia ancora in vita, noi manterremo i nostri sforzi al 100%” e ancora “il Governo non vi abbandonerà, vi aiuteremo a ricostruire tutto quello che avete perso”, “hai perso tutta la tua famiglia ed è terribile, ma tu sei viva e devi essere forte ed andare avanti” (quest’ultima rivolta ad una bambina di 9 anni di cui avevano appena estratto i genitori dalle macerie).

Insomma, la retorica era, ed è, abbondante come al solito; ma è necessario un po’ di relativismo. Il nazionalismo dei cinesi, di ogni cinese, è qualcosa che noi non conosciamo. Migliaia di persone si sono mobilitate per raggiungere le zone colpite e dare una mano. Tutte le altre hanno fatto il possibile mettendo mano al portafogli e donando, presso uno dei numerosi punti di raccolta fondi presenti in ogni città, somme considerevoli. Molti studenti, spesso a regime di risparmio sfrenato per gli onerosi costi che gli studi universitari rappresentano per le famiglie, hanno donato cifre equivalenti a un mese di pasti.

Parlando con alcuni amici cinesi gli argomenti sono ormai sempre gli stessi e l’orgoglio per come si sta comportando il loro Governo e tutta la popolazione cinese è costantemente verificabile. “Wen Jiabao ha quasi settant’anni eppure è andato là ad aiutare” mi ha detto uno studente di 24 anni che ha donato 300 yuan (circa 30 euro. Per avere un metro di paragone, per il mio appartamento di  circa 70 mq spendo 90 euro). “Un ragazzino di 9 anni ha tirato fuori 4 suoi amici dalle macerie della scuola in cui si trovavano. Quando hanno cercato di fermarlo, lui, con le braccia sanguinanti, ha detto che avrebbe potuto salvarne almeno un altro. E’ stato così coraggioso ed ha solo 9 anni”.

Quindi si, decisamente esagerato. Ma mentre il mio amico mi parlava, e nei giorni seguenti gli altri, non ho potuto non notare una fiducia cieca nel governo e nel reciproco aiuto. Qualcosa di equiparabile alla fede in Dio.

Come ulteriore prova di cambiamento di politica in tematiche di questo genere si è avuto una sincera umiltà e apertura nella ricezione degli aiuti internazionali, a sua volta prova della distanza abissale che intercorre fra il regime cinese e quello birmano.

La trasparenza nel riportare aggiornamenti sul terremoto è ammirevole, così come è lodevole lo stile in cui si mostrano le immagini del disastro: senza lesinare particolari cruenti e senza timore di turbare gli animi degli spettatori che, anzi, sono ulteriormente stimolati e incentivati a fare il possibile.

Chiunque cerca di dare il proprio contributo e invita gli altri a farlo, stupendosi e mostrando estrema gratitudine quando qualcuno dei pochi occidentali presenti in zona vuole a sua volta fare qualcosa.

Le discoteche e i bar di Chongqing bloccano la musica a metà serata e proiettano le immagini delle zone più colpite non lontane da qui e, immediatamente dopo, volontari della croce rossa e di altre organizzazioni passano tra la folla a raccogliere le offerte.

La mia critica posizione nei confronti dell’informazione cinese non è cambiata, ma, come dicevo, l’attuale stile dei mass media, criticabile per i nostri occhi, credo sia quello di cui il popolo cinese ha bisogno adesso.

Rimane da vedere se si consumerà un altro scandalo corruttivo sulla destinazione degli aiuti analogo a quello di cui furono vittime i paesi colpiti dallo Tsunami: speriamo bene.

 

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