domenica, settembre 27, 2020
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La rivoluzione culturale…oggi

“Uno straniero ben nutrito, proveniente dal suo mondo di agi, non può capire davvero – non importa quanto ben disposto possa essere – cosa intende il giovane soldato cinese pieno di energia e di salute quando gli racconta come le sue sorelle furono vendute bambine durante una carestia, né può immedesimarsi con il colto segretario di partito il quale gli spiega come sua madre fosse una mendicante. Egli può solo astrattamente immaginare, e non già realmente sentire, l’onda di gratitudine, al tempo stesso intima ed esaltata, che si effonde in Cina al pensiero di tutto ciò che il nome di Mao Tse-tung rappresenta.”

Joan Robinson, economista di Cambridge, scriveva questo di ritorno da uno dei suoi viaggi in Cina. La pubblicazione risale al 1969 e offre una brillante, sebbene forse un po’ miope, analisi della rivoluzione culturale cinese degli anni 1966-67. La studiosa si è persa (almeno in questo volume) le conseguenze di quel decennio (la Grande Rivoluzione Culturale è proseguita infatti fino al 1976, anno della morte di Mao) che molti altri hanno definito una totale follia del Grande Timoniere e dei suoi seguaci, le Guardie Rosse.

La lettura di questo libro si incrocia con un interessante incontro che ho fatto negli ultimi giorni ad una conferenza ad Hangzhou. Un manager di una nota e grande azienda cinese insiste nel farmi notare come all’interno di ogni campus universitario cinese (come in migliaia di altri luoghi pubblici) ci sia una statua gigante di Mao (non è difficile notarla ma forse l’abitudine porta la gente ad ignorarla e per lui invece sembra particolarmente rilevante). E’ abbastanza raro che qualcuno entri nell’argomento in Cina (non per paura, come spesso si tende a credere, ma per disinteresse) e quando questo cinese, con un inglese perfezionato attraverso un PhD in Inghilterra e 8 anni di lavoro a Detroit, comincia a parlare mi aspetto la solita prosopopea che viene riportata in questi casi. Il tono è invece estremamente critico, come mai sentito fino ad adesso in occasioni ufficiali, e minato da espressioni come “era un dittatore, appartiene al passato, cosa ci sta a fare lì?”, “non rappresenta affatto la Cina di oggi”, “serve soltanto come monito per gli studenti ed un invito a farli rimanere con la mente chiusa, così da non correre nessun rischio”. Parla insomma del passato di puro socialismo come di un periodo drammatico, liberato da Deng Xiaoping a partire dalla fine degli Anni Settanta.

Chi ha ragione dunque? Difficile da dire per le ragioni che la stessa Robinson riporta: un occidentale ha enormi difficoltà a capire il contesto cinese, e oggi non solo limitatamente ai casi più disperati di povertà e mobilità sociale, ma più ampiamente per una storia politica e sociale estremamente distante dalla nostra. Ogni tentativo di discussione di argomenti sensibili (politica in genere, Taiwan, Tibet, Xingjiang, ecc…) porta all’unica soluzione di liquidare l’argomento in poche, inconcludenti, frasi di circostanza. Di seguito 3 di alcune delle principali motivazioni che ho sentito addurre per giustificare questo approccio:

1- Perché dovrei farmi queste domande? Vivo nel presente, e il presente ha portato alla sua estrema applicazione il pragmatismo di Deng Xiaoping espresso con le sue celebri frasi: “arricchirsi è glorioso”, “non importa se il gatto è nero o bianco, l’importante è che acchiappi il topo”.
2- Tu straniero stai forse cercando di mettermi in difficoltà parlando di aspetti negativi? Non ti darò mai ragione e le parentesi negative della storia cinese riguardano unicamente la Cina e i cinesi
3- Non sono stato abituato a parlare di queste cose, anzi discuterle mi fa sentire a disagio. Credo sia meglio per entrambi se lasciamo cadere l’argomento

Non so, forse è come quando ai tedeschi parli della Seconda Guerra Mondiale. Mmhh..non direi. Si irrigidiscono un po’ ma sono ben lontani dal volerne cancellare il ricordo. O forse è come quando degli stranieri rivolgono a noi italiani domande sul nostro Presidente del Consiglio Mr Berlusconi. Mmhh…è stancante tutte le volte sentirsi prendere in giro ma allo stesso tempo rappresenta una valvola di sfogo importante.

Certamente la considerazione, positiva o negativa, che le giovani generazioni cinesi hanno di Mao è a un livello molto basso. Lo stesso dicasi per Marx (“affannosamente” studiato nelle scuole cinesi) o storici scrittori e filosofi cinesi che hanno ormai perso ogni significato. La loro colpa? Non essere immediatamente spendibili nel lavoro in azienda.

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1 Comment

  1. La Toschi 23 giugno 2011 at 17:02

    Di ritorno da una informale conversazione all’ombra del gazebo (della scuola) con Angela Staude Terzani che con interesse si informa sullo stato di avanzamento del cinese del Corsi.