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Introduzione al Cyberpunk con Kamikaze ’89 – Berlinale 2017 Retrospektive

Giuseppe Govinda 19 febbraio 2017 Discovering Berlin, L'isola di Govinda Commenti disabilitati su Introduzione al Cyberpunk con Kamikaze ’89 – Berlinale 2017 Retrospektive

Nella metà degli anni ottanta del XX secolo si sviluppa una corrente letteraria e artistica denominata Cyberpunk. Il nome deriva da i termini cibernetica e punk, e fu originariamente coniato da Bruce Bethke nel 1983. Il cyberpunk tratta scienze avanzate, come l’information technology e la cibernetica, accoppiate con un certo grado di ribellione o cambiamento radicale nell’ordine sociale. In modo più semplicistico, per essere definita cyberpunk, basta che un opera contenga elementi riguardanti scienze avanzate, sviluppati su un livello sociale.

Gli autori più conosciuti di questo sottogenere della fantascienza sono William Gibson (considerato il fondatore) e Bruce Sterling. Il cyberpunk ha però le sue origini e i suoi precursori in scrittori e opere come Aldous Huxley con Il Mondo Nuovo (Brave New World, 1933), George Orwell nel famoso 1984 (Nineteen Eighty-Four, 1948), Philip K. Dick che scrisse Il cacciatore di androidi ovvero Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (Do Androids Dream of Electric Sheep?, 1968) da cui è stato tratto il film Blade Runner del 1982.

Il cyberpunk è in verità una galassia eterogenea e misteriosa da cui è possibile estrapolare due derivazioni: la prima detta derivazione futuristica nelle cui opere sono solitamente presenti tecnologie in grado di modificare la materia vivente a livello cellulare. Questa derivazione è a sua volta suddivisa in altre sottocategorie, tra cui il Biopunk caratterizzato da risvolti tecnologici della biologia e della bioingegneria; il Nanopunk particolarmente simile al biopunk, ma descrive un mondo in cui la società è basata più o meno principalmente sulla nanotecnologia e sui materiali da essa prodotti; Postcyberpunk nelle cui opere si esaminano frequentemente gli effetti sociali causati dalla diffusione dei mezzi di comunicazione.

La seconda derivazione è quella retro-futuristica, cioè basata su tecnologie future (o alternative) e quasi sempre su epoche passate in un periodo collocabile tra la seconda rivoluzione industriale (XIX secolo) fino agli anni 60/70 (del XX secolo). Alla derivazione retro-futuristica appartengono: lo Steampunk il quale tende a concentrarsi più attentamente sulla tecnologia dell’era vittoriana con macchine a vapore, congegni meccanici a orologeria, si presenta dunque come il trionfo della meccanica in opposizione all’elettronica e ha come padre Jules Verne; l’Atompunk, espressione utilizzata da Bruce Sterling per definire le opere accostabili al cyberpunk e spesso ambientate in un’epoca pre digitale, dal 1945 al 1965; il dieselpunk riferibile alle opere di immaginazione ispirate ai pulp magazine  (riviste a prezzo economico contenenti racconti che ebbero molto successo nella prima metà del novecento) e che incorpora elementi neo-noir; il Decopunk molto similare allo Steampunk ma con delle differenze, la prima è sul piano stilistico (si rifà all’Art Deco e allo Streamline Moderno invece che all’estetica vittoriana) e la seconda è sul piano temporale, in quanto le opere sono solitamente ambientate tra il 1920 e il 1950 piuttosto che nel XIX secolo; lo Stonepunk, ovvero tutte quelle storie che presentano una tecnologia retro-futuristica e anacronistica ispirata a quella neolitica (Un esempio popolare è rappresentato dalla serie tv I Flintstones).

Il cyberpunk è in verità una galassia eterogenea e misteriosa

Considerato in senso ristretto, il movimento letterario della prima metà degli anni ottanta – non produsse un filone cinematografico, dato che tra i suoi promotori non vi erano cineasti. Le diverse trasposizioni cinematografiche, di cui alcune già citate, si prestano comunque a giochi narrativi estremamente interessanti.

Alla sessantasettesima edizione della Berlinale, l’Orso d’oro è stato assegnato al film “On body and soul” della regista ungherese Ildikó Eneydi. Durante l’ultima giornata del festival internazionale del cinema – in cui tra le tante cose, è stato presentato T2 Trainspotting – sono andato allo Zeughauskino, un sala che si trova nell’edificio storico del Deutsches Historisches Museum ai bordi della famosa isola dei musei di Berlino, e in cui dal 2004 vengono proiettati i film in programma della sezione Retrospektive. Lì ho visto Kamikaze ´89, diretto da Wolf Gremm (Bundesrepublik Deutschland 1982) e interpretato da Günther Kaufmann, Brigitte Mira, Franco Nero e Rainer Werner Fassbinder. Il film è basato sul romanzo Murder on the Thirty-First Floor dello scrittore svedese Per Wahlöö.

Girata nel 1982 e restaurata nel 2006, la pellicola descrive una Germania “futuristica” del 1989, divenuta la nazione più ricca al mondo dove tutti i problemi sociali sono stati risolti. La società è giostrata da una potente corporazione. Qualcuno però cerca di ribellarsi al potere stabilito, e fa partire un allarme bomba nel grattacielo dove risiede la lobby. Ne scaturirà un’inchiesta giudiziaria seguita da Jansen (R. W. Fassbinder), un detective anticonformista con la giacca leopardata, il quale scoprirà segreti e intrecci tra potere e mondo d’affari collegati all’esistenza di un misterioso trentunesimo piano del palazzo che ne contava ufficialmente solo trenta.

Come d’altronde il cyberpunk prevede, il racconto si focalizza sulle azioni di un personaggio a cui viene dato il peso maggiore, qui interpretato da Fassbinder che trasmette quel senso di controllo il stile Orson-Welles. Egli è presente anche visivamente con la sua massa fisica, sottolineata dal pesante vestito leopardato e dagli atteggiamenti vistosi e ruvidi.

Le immagini sono volutamente sporche, i rumori della città si accavallano ai dialoghi che sembrano a volte un po’ improvvisati, l’ambiente circostante ricostruisce quella brutale cementificazione di stampo Germania-Ovest. La rappresentazione del film ricalca lo stile anarchico dell’antiteater (di cui anche Rainer Werner ne fece parte), questi costituito in poche parole, da un miscuglio di movimenti coreografici e provocative pose statiche.

Nel suo insieme il lungometraggio di Gremm, comunica allo spettatore un forte senso di estraniamento che si risolve nelle parole del co-autore Robert Katz, il quale ebbe a dire: “Rainer Werner Fassbinder incorpora il deficit dell’avvenire di un combattente di kamikaze. L’assenza di futuro significa a sua volta l’assenza di un messaggio”.

Kamikaze ´89 è nei primi minuti un film divertente, paradossale, e va via via trasformandosi in qualcosa di più cerebrale. Possiede degli elementi thriller, e per il suo trattare le conseguenze sulla società causate dal controllo dei mezzi di comunicazione, si colloca da una parte nella variante Postcyberpunk e dall’altra, per la componente noir, in quella del dieselpunk. 

La colonna sonora, ormai difficile da trovare in giro, è stata realizzata da Edgar Froese fondatore del gruppo Tangerine Dream. Su youtube è possibile ascoltarla interamente. Lo stile ricorda i vecchi Kraftwerk e la musica sperimentale di Karlheinz Stockhausen.

L’assenza di messaggio dichiarata da Katz è alla base di quel nonsense antropologico che fa della lotta di classe un elemento indissolubile di un discorso distopico. Il sospetto è che quindi sia tutto una farsa, che la società non sia poi così perfetta. È l’uomo a creare in un primo momento, e a distruggere in un secondo, diventando in conclusione, come disse il filosofo Max Scheler “un problema per se stesso”.

Kino Berlin Mitte Deutsches Historisches Museum


*Foto preview Ziegler Film, Ursula Röhnert 

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